Questa sera, per la finale del Festival di Sanremo, l’ospite internazionale tanto atteso è Alvaro Soler. Reduce da grandi successi musicali è pronto per far ballare tutto il palco dell’Ariston.
“Non sono mai stato a Sanremo – racconta – Ho sentito tante cose, lo conoscevo già dalla Spagna e per me, creativamente, è stato divertente. È la prima volta che posso suonare con l’orchestra le mie canzoni“.
L’accoglienza qui a Sanremo è stata molto calorosa, c’è tanta gente in un piccolo posto. A Berlino ho una vita normale, non mi riconoscono o mi fermano in mezzo alla strada quindi il ritorno qui è stato strano. Abbiamo dovuto aprire le strade come Mosé per passare, spero non si sia fatto male nessuno”.
“Sarebbe bello venire a Sanremo per fare un duetto. Non sento forse tanto la competizione di Sanremo perché non l’ho vissuto da piccolo, ma mi piacerebbe sicuramente venire qui a livello musicale è una bella esperienza. Condividere la musica è molto potente ora come ora. A X-Factor ho conosciuto Fedez che fa rap, Manuel Agnelli che fa più rock, ma ci siamo arricchiti l’uno con l’altro. Mi piacerebbe scrivere qualcosa con loro, collaborando si impara molto”.
“Una ricetta per creare una canzone di successo? Non c’è se no sarebbe noioso, la cosa importante è godere della musica, essere in studio per divertirsi e per fare musica con il cuore non per vendere. Ovvio che c’è un po’ di pressione e che bisogna anche “campare”, ma tutto deve essere naturale. Devi solo farti qualche domanda se credi di non aver fatto le cose al meglio. Se invece sei sicuro di aver fatto tutto al meglio allora non ti devi rimproverare mai di nulla”.
Parlando poi del suo nuovo singolo, “Animal”, Alvaro spiega: “La canzone è nata un anno fa, all’inizio il testo era diverso era più un reggaeton, ma non mi convinceva. Volevo rappresentare, come si vede nel video, la lotta quotidiana che ognuno fa. È una metafora che rappresenta la dinamica della nostra generazione e dei giovani che non possono più lavorare per 40 anni nello stesso posto. Siamo abituati a spostarci ogni due anni e forse in un certo senso è meglio perché siamo più abituati a situazioni che cambiano e siamo più dinamici“.
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